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Envisaging L'Aquila
edited by Alessandro Coppola

piano e tattica

bresson_01Nel film Un condamné à mort s’est échappé – Bresson, 1956 – (Un condannato a morte è fuggito) si assiste ad una magistrale messa in scena della pluralità di significati e di usi a cui gli oggetti e i luoghi possono andare incontro. Nella più classica delle fughe da un carcere che si possa raccontare ai tempi in cui il film è stato girato, il condannato a morte Fontaine mette a punto un piano di evasione con i mezzi e le possibilità a sua disposizione: trova il modo di smontare la porta di legno analizzandone prima la struttura e il tipo di legno e limando un cucchiaio fino a farlo diventare un coltello con cui incidere e sollevare le assi; confeziona una corda resistente fatta di indumenti, coperte, spago, filo di ferro, intrecciati tra loro in maniera da “mantenere la torsione primitiva”; si costruisce dei ganci smontando parte della rete del letto e prendendo le misure dell’altezza del parapetto delle mura di cinta del forte di Montluc da cui dovrà calarsi.

Fontaine dovrà far uso di ingegno, artigianalità e capacità di cogliere tatticamente gli imprevisti perché, come dice il sottotitolo del film, le vent souffle où il veut e più volte il suo  piano è lì lì per crollare o per essere smascherato. Su una strategia di fondo dunque si innestano aggiustamenti quotidiani e si assiste ad un connubio tra pianificazione a tavolino e tattica, al cosiddetto ‘colpo di genio’, ovvero alla reazione in presa diretta a quanto accade (Jullien, Pensare l’efficacia in Cina e in Occidente, Laterza, 2005). Il piano si scontra con le ‘circostanze’, si crea un attrito tra quanto previsto e quanto avviene di fatto e si crea così uno spazio inesplorato di possibilità che richiede di confrontarsi con l’imprevisto, anche abbandonando le certezze del piano.

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