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Envisaging L'Aquila
edited by Alessandro Coppola

Sharing spaces, pooling people, commoning territories

Il blog “Shared territories/territori della condivisione” (http://territoridellacondivisione.wordpress.com/) offre un interessante spaccato del dibattito attorno a cui oggi numerosi urbanisti italiani e stranieri si trovano a discutere. Il tema è quello delle pratiche di condivisione (“sharing”)  studiate come dispositivi di nuova urbanità. Grazie al gruppo di lavoro coordinato da Cristina Bianchetti (Politecnico di Torino), nel blog vengono presentati numerosi contributi di ricerca e didattica che problematizzano la questione sia da un punto di vista teorico che empirico, con uno specifico focus su come la pratica della condivisione produca effetti sullo spazio urbano.

La condivisione è qui intesa chiaramente non in termini ecumenici, ma si riferisce ad un ispessimento delle relazioni sociali che produce luoghi in cui ci si riconosce. La condivisione è quindi intesa come un pratica di incontro il cui esito lascia nello spazio e nel tempo segni visibili, che appunto la ricerca di questo gruppo di urbanisti intende svelare e non tipologizzare.

Numerose sono le questioni connesse al tema della pratica di condivisione nello spazio urbano: mi limito a indicarne tre, cui corrispondono altrettanti declinazioni del modo di intendere la condivisione (sharing, pooling, commoning).

La prima è quella legata al fatto che si avverte la necessità del superamento della rigida dicotomia tra spazio pubblico e privato e parimenti si riconoscono come esplicitamente problematici gli eccessi comunitaristici di alcune forme di socialità intenzionale o all’opposto i luoghi della solitudine individualista. I luoghi della condivisione descritti in questa ricerca sono quelli in cui gli utilizzatori si riconoscono per il fatto di usare quel determinato spazio, ma non sentono il bisogno di affermare la propria diversità da altri gruppi sociali o da altri utilizzatori. Si parla quindi di luoghi aperti (anche quando costruiti), il cui utilizzo è però potenzialmente escludibile. In che modo la logica funzionalista, che ancora permea le nostre città, ostacola o promuove queste forme spontanee di relazione? In che modo la pratica della condivisione consente di uscire dalla specializzazione funzionale degli spazi pubblici e privati ad uso pubblico cui le nostre città paiono ormai condannate?

Un secondo tema è quello connesso alla questione dei diritti di proprietà che incidono non poco sulle forme di uso dello spazio e sul modo con cui lo spazio viene condiviso. Nei documenti presenti sul sito si fa esplicito riferimento al modo con cui i paesi anglosassoni e il relativo sistema di common law trattano la questione della proprietà da oltre un secolo, un modo del tutto estraneo alla tradizione del diritto romano. Il concetto di “fascio di diritti” o “bundle of rights” indica un insieme di possibilità e limiti entro cui l’azione dei soggetti può avvenire. Una domanda che ci si pone da questo punto di vista è connessa alle formule di gestione connesse a questo tipo di spazi e alle relative istituzioni. In che modo la pratica della condivisione consente di ossevare le contraddizioni di questo sistema di diritti e quindi ripensare un progetto urbano coerente?

Un terzo tema è quello della produzione di beni e servizi di interesse generale nei territori in cui avviene la condivisione. In base a questa prospettiva non è più l’utilizzatore il fuoco dell’analisi, bensì l’abitante in quanto coproduttore di forme organizzative e di valori territoriali secondo la logica del dono, della gratuità, della volontarietà. La condivisione di “people e places” consente di produrre nuovi significati per i territori urbani e richiede nuove forme di coordimento non basati sull’autorità quali, ad esempio, il contratto. Quali sono oggi i dispositivi che consentono di dare spazio alle pratiche di condivisione? Quali i rischi connessi all’assenza di efficaci meccanismi di governo dei territori capaci di includere la pratica della condivisione?

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